Traduzione EN > IT Articolo preso dal sito della BBC News


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Cavalcando tra le valli del nuovo Kosovo

Le case erano tutte vuote. Mentre la nostra auto sferragliava intorno alle curve sempre più vertiginose attraverso le Montagne di Sharr nel sud del Kosovo, il nostro autista ci indicò i villaggi vicini, ognuno dei quali sembrava un ammasso casuale di case che punteggiavano sulla landa di colore marrone rossiccio. Non ci abita nessuno, ci disse. I residenti, mi ha raccontato, se ne sono andati per la stagione, vanno a lavorare come immigranti in Germania, paese dove vive la maggior parte della diaspora Kosovara fuori dai Balcani. La pastorizia, il modo più consueto di vivere nelle Montagne di Sharr, difficilmente è redditizia; tanti membri del gruppo etnico della regione chiamato Gorani, il quale nome deriva dallo slavo che significa “montanari”, adesso stanno cercando una vita più stabile altrove. Tra questi villaggi fantasma, pochi vanno avanti. Uno di quelli è Brod, situato a 45 km al sud della seconda città più grande del Kosovo, Prizren. Con case cigolanti del periodo ottomano e strade acciottolate, Brod è stato il più affermato per avere sviluppato una economia di turismo modesta, accogliendo viaggiatori che sono venuti, come me, in cerca di autentica cultura Gorani negli altipiani più remoti del Kosovo. Con solo duemila abitanti, ospita l’unico albergo della regione, Hotel Arxhena. Negli ultimi anni, il Programma per lo Sviluppo degli Stati Uniti ha lavorato insieme alla gente del posto per creare degli itinerari ufficiali di escursionismo intorno al villaggio. Tuttavia, come presto scoprì, il metodo preferito per visitare il posto è a cavallo. Circondata da ruscelli e da praterie prosciugate dal sole, Brod è una delle cittadine più pittoresche della regione. Quando arrivai, ad accogliermi furono le case imbiancate che pendevano in bilico sui ciottoli; l’aria di settembre diventava fredda tra i vicoli. Le pecore fiutavano l’erba lunga; i cavalli frignavano: i scarabei balzavano dove le pietre si spaccavano dal sole.

La reputazione del Kosovo negli ultimi decenni è stata per la guerra, non per la tranquillità. La Guerra del Kosovo del 1998-1999, la quale si è conclusa con l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, ha lasciato i suoi segni. Fare escursionismo in diverse zone del Kosovo richiede ancora una guida esperta per evitare l’ubicazione delle mine terrestre inesplose. Così come i paesi costieri dei Balcani, Croazia e Montenegro, i quali hanno sviluppato infrastrutture per i turisti nei decenni in seguito alla pace, anche Kosovo sta iniziando ad accogliere visitatori. I 272 km dell’autostrada che collega Milot (Albania) con Pristina, la capitale del Kosovo, passando da Prizren, terminata nel 2013, ha reso il sud del Kosovo più accessibile ai visitatori. L’imminente costruzione di un’altra strada importante, che percorre una distanza di 60 km tra Skopje (Macedonia) e Pristina, si prevede di portare ancora di più. Tuttavia, l’infrastruttura a Brod è decisamente molto più modesta di quella dei suoi vicini Balcanici. Per trovare una sistemazione per noi, al nostro autista bastava sporgersi dal finestrino e gridare ai girovaganti locali che eravamo in cerca di una stanza. Presto scoprimmo che – come tutti a Brod sapevano – gli ospiti arrivati dovevano chiedere di un uomo chiamato Bilygaip Zilje. Qualche anno fa, Zilje aveva ereditato una seconda casa malridotta al margine del villaggio, che l’ha trasformata nell’unico albergo del centro di Brod. I suoi 10 letti sono più che sufficienti per i pochi visitatori che arrivano. Li sono bastati solo cinque minuti a Zilje per raggiungerci e imbarcarci nelle viuzze non segnalate di Brod. Abbiamo negoziato in un russo stentato – nonostante la maggior parte della popolazione del Kosovo parlasse albanese, la lingua Gorani invece fa parte della famiglia delle lingue slave – infine concordammo per la cifra di 10 euro per un letto. E ovviamente dovevamo avere anche i cavalli. Ci sono più cavalli che macchine a Brod, era scritto sulla mia guida Bradt. In realtà da uno sguardo veloce nelle strade, sembrava che erano più i cavalli che le persone. L’unico modo per visitare i canyon e i precipizi che circondavano il villaggio, disse Zilje, era su un cavallo. Per 10 euro potevamo avere un cavallo, e per 20 euro in più una guida. Non appena trovammo un’accordo sul prezzo la guida è apparsa. Un ragazzino sorridente di circa 10 anni, la quale padronanza di inglese si limitava a qualche canzone e di un “buon giorno” tardivo. Mi ha fatto salire su un cavallo con una vecchia sella, sistemando a sua volta se stesso su un altro. Un puledro fulvo scorrazzava libero al nostro fianco, mordicchiando la criniera del mio cavallo. Dopo ci siamo allontanati.

Abbiamo cavalcato in mezzo ai ruscelli  e su sentieri così stretti e ripidi che più volte ho avuto l’impressione che il mio cavallo stava per rotolarsi sulle rocce sotto di noi. Presto i villaggi scomparirono, lasciando il posto ai pascoli e ad una vasta area coperta di sassi. Le nuvole stendevano ombre dalla parte del precipizio. Il puledro ci seguì, ricordandoci ogni tanto della sua presenza attraverso un calcio giocoso sul fianco del mio cavallo. I montoni ci fissavano mentre passavamo nel nostro cammino verso sud, lungo il burrone di Brod, verso il confine con la Macedonia. Il ragazzo accelerò. Il mio cavallo si ribellò al galoppo. Il puledro prese questa reazione come una sfida: provocando mio cavallo in una gara intensa. La mia esperienza con i cavalli nordamericani – un gruppo del tutto più docile – non mi aveva preparato a questo. Quando siamo arrivati alla fine della valle, ero aggrappata alla criniera del mio cavallo, con gridi opprimenti. Il ragazzo si girò verso di me e frenò bruscamente vicino a un torrente. Calmò il mio cavallo, dando al puledro agitato uno schiaffo esasperato sul muso. Io smontai e iniziai a mangiare il mio pranzo – pomodori maturi e formaggio fresco – in una zona adatta e sicura. C’era un gruppo di uomini anziani seduti fuori da una baracca vicino al ruscello, affiancati da altri due ragazzi più giovani che indossavano mantelli fatti di pelle di pecora. Si sono offerti, in un tedesco ponderato – una seconda lingua per tanti emigranti tornati – di aiutarmi a risalire sul cavallo. Dopotutto c’era ancora tanto da vedere. Puntai disperatamente il cavallo. “Schnell”, ho pronunciato per dirli di andare più veloce. I bambini scoppiarono in una risata isterica. Evidentemente l’equitazione non era molto comune qui. Gli uomini anziani mi aiutarono a salire sul mio cavallo, trattenendo a loro volta la risata. “Schnell!” La loro risata fragorosa risuonò dall’altra parte del canyon mentre io e la mia guida cavalcammo per 5 km tornando verso Brod.

La cittadina di Brod, ho scoperto, si sta preparando però ad accogliere visitatori più esigenti per il prossimo futuro. A 3 km di distanza da Brod c’è il percorso alpino di Hotel Arxhena, un villaggio turistico inspiegabilmente lussuoso in stile villetta in mezzo ai due precipizi nel burrone. Quando mi fermai vicino, i lavoratori stavano mettendo le fondamenta per un nuovo campo da tennis. Foto promozionali all’ingresso mostravano gruppi di persone facendo escursionismo, equitazione e arrampicata. Pavoni bianchi – difficilmente del posto – giravano intorno, beccando nella segatura. Quando ho sbirciato dentro, un cameriere simpatico mi offrì un cappuccino e mi diede la password per la connessione wifi. Notizie di un tale sviluppo, tuttavia, non avevano ancora raggiunto il centro di Brod. La mattina seguente, dopo avermi gustato quel tipo di torta salata appena fatta chiamata burek, sono andata in cerca di caffè. Ho trovato al secondo piano di una casa di campagna, appeso sulla porta aperta l’unica indicazione di attiva commerciale al suo interno. Mi ci è voluto qualche minuto per essere sicura di non trovarmi sul salotto di qualcuno. Diversi signori anziani in bretelle sono seduti intorno al perimetro della stanza, guardando il notiziario di una gara a tre-gambe organizzata a Belgrado. Mi offrono caffè turco e seduti l’uno accanto l’altro senza guardarsi, interrompevano il silenzio con brontolii sporadici. Fuori, la mia guida sta caricando coperte su una cavalla. “Good morning”, canta lui. “Good morning, good morning, good morning.”

‘Good Morning’ — Singin’ in the Rain (1952)   http://youtu.be/GB2yiIoEtXw

* Fonte articolo originale:  http://www.bbc.com/travel/feature/20140828-shepherding-in-the-new-kosovo , By Tara Isabella Burton

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